Teorie e pratiche dell'antropologia. Campo di lavoro internazionale

Relazione e video validi per l'attività di tirocinio
Teorie e pratiche dell'antropologia
a.a. 2006 - 2007
Stefano Presutti
Elisa Cappai

 

 

 

Campo di lavoro internazionale presso
l'associazione Mujeres por la Solidaridad

San Josè de Chiquitos - Bolivia

 

 

 

Il luogo del progetto

San Josè de Chiquitos è il capoluogo di Chiquitos, una provincia del dipartimento boliviano di Santa Cruz, la regione più a Est e la più estesa dello Stato più povero del Sudamerica. Venne creata assieme al dipartimento e comprendeva, fino alla penultima decade del XIX secolo, le province di Josè Miguel de Velasco, Nuflo de Chavez, Angel Sandoval, German Busch e Guarayos, con le quali formava la Gran Chiquitania.                                             I luoghi più famosi della provincia di Chiquitos sono rappresentati dagli insediamenti gesuiti e francescani del XVIII secolo, sparsi per la regione. Si tratta di villaggi utopici, basati sugli insegnamenti del Catechismo e su attività come la musica barocca, l'artigianato e l'agricoltura. Ciò che resta di quegli insediamenti (San Francisco Javier, Concepción, Santa Ana, San Miguel, San Rafael e San José) è stato inserito nell'elenco dei Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO nel 1990.[1]

Questa è una zona in cui la spiritualità, la cultura e la natura si uniscono in una fusione unica ed affascinante.            Tutta la Chiquitania continua a respirare l’atmosfera di pace che crearono i padri gesuiti quando vennero ad evangelizzare la regione. Abitata da varie società native che parlavano lingue diverse, la zona fu denominata “Chiquitos” (in castigliano ‘piccoli’), derivando dal soprannome che i conquistadores spagnoli utilizzarono per i nativi, per due motivi: per la loro bassa statura e corporatura meno robusta rispetto ai loro vicini Guaranì, e per         la misura delle porte delle loro capanne comunitarie. Infatti i nativi chiquitani costruivano le porte delle loro abitazioni molto basse per evitare l’ingresso di insetti e animali selvatici.                                  Le missioni di Chiquitos tengono una particolarità che la rende unica: i popoli indigeni che le abitavano erano differenti in cultura, lingua, origine e costumi. Alcuni erano nomadi, altri sedentari, c’era chi si dedicava alla caccia e alla pesca fluviale, e chi invece all’agricoltura. Con l’arrivo degli europei e la denominazione generalizzante di Chiquitanos, le lingue, gli usi e i costumi delle diverse etnie della regione si unificarono, creando una cultura chiquitana.                                  La Chiquitanìa fu sottomessa alla corona spagnola dopo che Ñuflo de Chávez nel 1558 creò il Governo di Mojos. Nel 1561, il tenente governatore Chávez fondò nel territorio di Chiquitos la città di Santa Cruz de la Sierra, un’avamposto della colonia sudamericana spagnola creato per cercare di arginare le pericolose incursioni offensive degli indiani Guaranì da Est (oggi si trova a poca distanza dal centro abitato di San Josè e viene chiamata ‘Santa Cruz la Vieja’). Ma agli inizi del XVII secolo Santa Cruz fu spostata a 220 km più a Ovest, fondendosi con la già esistente cittadina di San Lorenzo, lungo le rive del fiume Piraì, dove tutt’oggi risiede.                                              Con questo spostamento di Santa Cruz in territori situati più a occidente, i popoli Chiquitos rimasero senza assistenza spirituale e al servizio dei trafficanti di schiavi portoghesi, la cui presenza minacciava anche la corona spagnola. Le missioni furono create come scudo protettore per i popoli nativi e per il territorio occupato. I padri gesuiti arrivarono in questa zona nel 1587 e dovettero apprendere alcune lingue native come il chané, il chiriguané e il gorgotoqui (successivamente chiamate ‘lingue chiquitane’) e seguire la regola di evangelizzare per primi i capi, per poi poterlo fare con il resto della popolazione. Il compito non fu per niente facile e costò decine di martiri tra le fila dei sacerdoti. Tuttavia, una volta raggiunta l’evangelizzazione di una buona parte dei nativi, le relazioni fra essi e i gesuiti furono di comprensione e affetto.                Nel 1691 il padre José de Arce fondò la prima missione di San Francisco Javier, e dopo essa cominciò un ‘regime evangelizzatore’ che si mantenne in un perfetto ordine: il lavoro era obbligatorio per gli uomini in età produttiva, le donne si dedicavano al tessuto e a servire la casa, i bambini studiavano, e dai raccolti si separava una parte per la famiglia, un’altra per la comunità e la terza parte era destinata alle vedove, agli anziani, agli orfani e agli infermi.

Per motivi politici nel 1767 i gesuiti furono espulsi dal territorio chiquitano per ordine del re Carlo III, e da questo momento cominciò un grande periodo di disordine sociale che, tuttavia, mantenne l’eredità gesuitica come supporto, così tanto che gli indigeni finirono di costruire uno delle chiese (quella di Santa Ana) anche dopo l’espulsione dei gesuiti.                           I Chiquitani, anche chiamati anticamente “indios dell’erba” per la loro abilità nell’utilizzo di piante velenose nelle loro frecce, tenevano un alto livello culturale e credevano ad un universo controllato dalle forze della natura e dagli spiriti che abitavano all’interno di essa. Per quanto riguarda la musica, la Chiquitanìa è una zona privilegiata: qualche manoscritto musicale tenuto ancora oggi negli archivi delle missioni tiene la firma del celebre padre Schmid, che arrivato nella regione nel 1730, non si immaginò di trovare simili persone, abilissime nel fabbricare strumenti e molto dotati nell’interpretazione musicale.[2]

 

San Josè de Chiquitos fu il terzo centro abitato ad essere costruito al tempo delle missioni gesuitiche, precisamente nel 1697. Territorio originario degli indios piñocas, in questa regione il clima e la vegetazione sono differenti rispetto a quelli delle altre missioni (situate più a Nord, nella foresta tropicale boliviana). Si sente molto di più la vicinanza al deserto meridionale del Chaco, ragion per cui la chiesa, a differenza delle altre costruite prevalentemente in legno, è costruita in pietra dai nativi, sotto le istruzioni attente dei padri gesuiti. L’assenza dei grandi e alti alberi utilizzati nelle altre chiese missionarie per le grandi colonne e per la facciata, e la presenza di depositi di pietra motivarono, in gran parte, la decisione dei missionari.

L'unica delle sette chiese barocche gesuite costruita in pietra, colpisce per la complessità della sua struttura, per l'essenzialità dei suoi elementi decorativi e per la naturalezza con cui la sagoma imponente si inserisce nell'ambiente circostante e lo sovrasta.

La chiesa di San Josè sopravvisse alle incurie del tempo grazie alla popolazione chiquitana, ancora oggi fortemente devota al cristianesimo e cosciente di aver trascorso secoli fa un lungo periodo di prosperità, di pace e di tranquillità. I Chiquitani non cambiarono minimamente la struttura dell’antico tempio perché, ancora oggi, lo considerano il simbolo del proprio passato.

Oggi questa chiesa si trasforma, la domenica mattina e in occasione delle feste religiose, nel punto di riferimento per la vita dell'intera comunità. Quando le navate della chiesa si riempiono di gente di ogni età e ceto sociale e i canti riecheggiano all'interno della basilica o nella grande piazza antistante, non si può non cogliere e toccare con mano la differenza tra i superbi resti delle chiese barocche delle Riduzioni dei gesuiti in Paraguay - o ancora nella zona di confine con l'Argentina e il Brasile -  e le sette chiese delle Pianure Orientali della Bolivia: ancora oggi, come nel lontano Settecento, queste ultime sono centri vivi e pulsanti di religiosità e di umanità.[3]

Presso le genti chiquitane il rapporto con la religione è ancora ben radicato nella vita di tutti i giorni. Il passato animista dei popoli “pregesuiti” si è con il tempo fuso all’interno della teologia cristiana. Possiamo assistere in questo secolare territorio di missioni gesuitiche ad uno dei pochi ‘incontri felici’ tra la cultura degli invasori e la cultura dei colonizzati, tra due modi estremamente diversi di impostare l’organizzazione sociale degli esseri umani, di concepire la realtà umana e del suo rapporto con il divino, di instaurare regole per la convivenza comune e dell’importanza o meno del lato economico e commerciale dei prodotti che offre l’ambiente circostante. In poche parole, ci fu un ‘incontro felice’ tra le culture dei popoli cosiddetti Chiquitos e la teologia cristiana messa in pratica dai gesuiti nelle Nuove Terre.

Spostando il nostro sguardo più ad Ovest, nella Bolivia delle valli del Chapare (oggi tristemente famose per il commercio di cocaina) e dell’altopiano Andino, ci accorgiamo che questo incontro positivo tra le culture dei nativi e quella dei Conquistadores non c’è stato. Le genti che popolano queste alte ed aride terre della Bolivia hanno trovato nel corso della loro storia una facilità maggiore nel conservare le proprie tradizioni precolombiane o, se le osserviamo da un altro punto di vista,

hanno trovato una maggiore difficoltà ad interagire con la cultura egemone europea. Si può dire che hanno scelto -volontariamente o no- di         preservare le loro originarie tradizioni, diffidando dell’uomo bianco. Ancora oggi le diverse etnie che abitano la Mezzaluna Andina boliviana sono fortemente legate alle proprie tradizioni, alle proprie culture incaiche e preincaiche di pochissimo ‘intaccate’ da sincretismi ottenuti con culture “altre”; essi ancora parlano correntemente le lingue precolombiane, tra cui in particolare l’idioma usato ai tempi del Impero del Sole (il regno Inca), il Quechua -peraltro oggi parlata in un territorio andino che si estende dal Nord del Cile fino alle valli dell’Ecuador centrale-.

Discorso differente deve esser fatto invece alle etnie Chiquitos delle basse terre boliviane. Essi hanno avuto la fortuna di essere protetti durante gli anni bui del colonialismo sfrenato spagnolo in Sudamerica (tra cui lo sfruttamento e la schiavitù dei popoli degli altipiani boliviani –si ricordi la miniera più prolifica del mondo moderno, il Cerro Rico di Potosì-). I frequenti sincretismi che si vennero a creare presso le culture dei popoli indigeni derivarono anche dalla facile fusione di tratti culturali cristiani all’interno delle credenze animiste locali: il Dio cattolico si pose al di sopra delle forze naturali -il Signore dell’acqua, il Signore del tuono, il Signore della montagna Turubò, etc.- che vennero nascosti, ma non offuscati, dai santi cristiani. Successe un po’ quello che avvenne presso le generazioni successive agli schiavi dell’Africa Occidentale deportati in Brasile (i culti Ife) e in altri posti del continente americano.

Non bisogna però dimenticare che non mancarono le difficoltà nell’instaurazione di contatti tra cultura evangelizzata e cultura evangelizzatrice, ma esse, con il tempo e con l’astuzia dei gesuiti furono superate. Un oggetto culturale che oggi testimonia questo processo di “fusione culturale” sono le Caretas de Abuelo. Sono le antiche maschere degli stregoni degli indigeni, ricavate dalla gommosa radice del toco, un albero tipico del bosco secco chiquitano. Esse servivano per mascherare la propria identità al resto della popolazione e venivano utilizzate per i rituali religiosi della comunità. Con l’arrivo dei gesuiti queste maschere subirono un processo di trasformazione nel loro utilizzo, nel colore e nella forma. Quando i padri gesuiti uscivano dalla chiesa ad evangelizzare i nativi, a professare la parola del Dio cristiano e a compiere processioni, gli sciamani si trovarono a competere con essi; allora, essi usarono proprio queste maschere per deridere, di fronte ai nativi più indecisi e più restii al verbo gesuita, i gesti e le parole pronunciate dai sacerdoti cristiani. Il colore delle maschere sciamaniche divenne totalmente bianco (imitando il colore dei predicatori europei), la forma prese riferimento dai tratti somatici degli stranieri.

Dopo un periodo iniziale in cui i gesuiti cercarono -con metodi bruschi- di combattere con la forza queste insorgenze, capirono astutamente che reprimendo non avrebbero risolto il problema, e quindi con         il tempo avvicinarono sempre più a sé gli sciamani, fino a quando, durante le processioni, li posero al proprio fianco alla testa dei cortei.

Le Caretas de Abuelo vengono utilizzate tuttora durante la festa patronale del primo maggio, per ricordare un passato non lontanissimo in cui due mondi, seppur differenti, cominciavano a comunicare e a conoscere l’”altro”, il diverso.

Oggigiorno San Josè è una cittadina commerciale, collegata grazie al treno a Est con Santa Cruz de la Sierra (il capoluogo di regione, nonché la città più attiva economicamente di tutta la Bolivia), a Ovest con Puerto Suarez, il paese che si trova a ridosso della frontiera con il Brasile. La distanza dalla capitale La Paz  (circa 800 km) e quindi dalle sedi politiche e amministrative, fa sì che le gravi condizioni economiche in cui versa l’intero Paese  siano ancora più evidenti nella regione chiquitana. Alcuni dati possono dare la percezione immediata della situazione economica e sociale della popolazione residente nella zona interessata:

-  Disoccupazione: 48,9 %

-  Mortalità infantile: 57 x mille entro il primo anno di vita

-  Speranza di vita: 60 anni

Il servizio sanitario pubblico è insufficiente a causa della mancanza di strutture adeguate, di personale medico e di disponibilità di farmaci (la prima causa della mortalità infantile è data dalla diarrea dovuta a infezioni intestinali e alla conseguente disidratazione) La mancanza di efficienti vie di comunicazione e le serie difficoltà legate all’approvvigionamento idrico, rendono la situazione ancora più grave.[4]

 

 

 

 

 

 

Mujeres por la solidaridad

 

L’associazione italo-boliviana Mujeres por la Solidaridad nasce nel Settembre 2004 dall’incontro fra Fabiola del Vecchio, insegnante di Roma e Anamaria Montenegro, un’educatrice originaria di San Josè.

Formata e rappresentata in gran parte da donne, l’associazione sceglie come interlocutore principale proprio questa fascia della popolazione chiquitana. I nuclei familiari sono composti prevalentemente da donne con una media di otto figli, mentre gli uomini vivono gran parte del tempo lontano da casa in cerca di lavoro occasionale, il cui salario è appena sufficiente al proprio mantenimento e quindi non apporta nulla al sostegno della famiglia. Le donne si trovano in molti casi sole a dover fronteggiare le necessità primarie dei figli, quali l’alimentazione, la salute, l’educazione. Inoltre la Bolivia, come tanti altri paesi, vive al suo interno delle forti spinte sessiste che portano la donna ad un ruolo di subalternità che mina fortemente la sua autostima e la possibilità di avere un ruolo attivo nella comunità. Come ha dimostrato il caso della Grameen Bank di Muhammad Yunus, recentemente insignito del premio Nobel per la pace, è fondamentale riuscire         ad innalzare le condizioni di vita ed educative delle donne, ma soprattutto arginare il fenomeno del machismo delle quali sono vittime.

Consapevole di questo l’associazione fin dall’inizio promuove degli incontri con le donne chiquitane di vari quartieri di San Josè de Chiquitos, nei quali si cerca di sondare e di comprendere quali problemi vengano percepiti come immediati dalla comunità.        

Il primo bisogno fondamentale e quotidiano di ogni famiglia è sicuramente l’autosostentamento, per venire incontro a queste esigenze nascono gli orti comunitari, il primo progetto avviato da Mujeres por la Solidariad.

Questo ha consentito alle unità familiari un accesso immediato al cibo e un’entrata economica nel caso di eccedenze, preservando le colture locali e la biodiversità anche attraverso una coltivazione e gestione biologica sempre nel rispetto dell’ambiente.

Per far nascere concretamente un orto comunitario l’associazione si impegna a fornire gli strumenti necessari, le sementi e l’assistenza tecnica da parte dell’agronoma dell’associazione, Carmen Fatima Montenegro, referente sul posto.

Il progetto riscontra un buon successo e dalle diciotto donne che inizialmente scelgono di partecipare si arriva a superare il centinaio, che si alternano al lavoro nei dieci orti presenti nei diversi quartieri.

“In città c’è lavoro per loro, come lavandaie o aiutanti domestiche, ma con il lavoro comunitario negli orti possono autodeterminarsi, rafforzare i legami con la comunità e sentirsi coinvolte in un progetto comune”[5].

Inizialmente la fase più delicata è stata proprio cercare di far capire alle donne che dietro questa proposta non si nascondeva nessun tipo di logica assistenzialista.

“All’inizio ci chiedevano perché non ci fossero donazioni di soldi, come avviene per esempio nel caso delle adozioni a distanza. E’ stato difficile spiegare che non si trattava di un progetto assistenzialista, ma di un cammino verso l’autonomia e l’autosussistenza”[6].

Nel Giugno 2005 arrivano i primi risultati concreti, un raccolto abbondante che soddisfa le esigenze delle famiglie e che avanza per la vendita dando la possibilità di un guadagno extra che si somma al risparmio assicurato dall’evitare di dover acquistare gli ortaggi al mercato.

L’idea di coinvolgere le donne nella realizzazione di orti comunitari viene portata avanti anche in cinque comunità indigene appartenenti al Territorio Comunitario di Origine, in collaborazione con il Piano di Sviluppo Indigeno: Buenavista, Entre Rios, Ramada, Ipias, San Juan. La situazione di queste piccole comunità è ancora più difficile sia per la loro posizione di non facile raggiungimento sia per le precarie condizioni sanitarie ed economiche in cui versa la popolazione.

Attualmente nelle zone rurali sono presenti dieci orti nei quali lavorano circa sessanta donne organizzate in turni.

 

L’altra proposta di Mujeres por la Solidaridad è l’istituzione di orti didattici nelle scuole per fornire un primo insegnamento di base ai giovani studenti che possono in questo modo essere di grande aiuto alle proprie famiglie e apprendere allo stesso tempo un metodo per affrancarsi dalla povertà.

A San Josè del Chiquitos il progetto ha luogo nella scuola media presso il Collegio Marista; sono interessati circa 140 studenti a partire dai 12 anni che si dedicano agli orti per due ore settimanali riuscendo anche a produrre ortaggi per la mensa scolastica.

Nelle comunità rurali sono impegnati quasi 160 bambini in due orti didattici. Acquisendo sin da subito confidenza con il lavoro della terra si assicurano una fonte di sostentamento per il loro futuro.

 

Grazie al sostegno finanziario di donatori privati e comuni italiani si sviluppa un secondo obiettivo: la realizzazione della Fattoria Sociale, un luogo polifunzionale nel quale si spera di dare spazio alla coltivazione di frutta e ortaggi locali e all’allevamento di mucche e animali da cortile attraverso la realizzazione di una stalla e di un pollaio.

Nell’Agosto 2006 abbiamo personalmente assistito all’inizio dei lavori di costruzione delle strutture, che sorgono in un terreno di 18 ettari acquistato dall’associazione. Inoltre abbiamo provveduto alla sistemazione del terreno per renderlo coltivabile successivamente, affinché sia possibile consolidare l’esperienza degli orti comunitari migliorando l’equilibrio della dieta tradizionale a base di riso, mais e manioca che non assicura abbastanza vitamine provocando frequenti problemi alla vista e altri problemi di salute legati alla precarietà dell’alimentazione nella popolazione infantile.

È di estrema importanza la presenza di un luogo dove si possano sviluppare le potenzialità della popolazione chiquitana. Per questo si tenta il più possibile di coinvolgere anche i giovani nello sviluppo di idee nuove che assicurino un occupazione seria, remunerativa e dignitosa.

L’idea principale è quella di far sorgere una Scuola d’azione per lo Sviluppo Sostenibile ossia una scuola pratica nella quale sia possibile per chiunque apprendere a coltivare, ma soprattutto dove sia possibile avviare altre attività come la costruzione di un caseificio per il formaggio (che nella zona viene fornito da un solo produttore) e l’apicoltura che creerebbe nuove opportunità di lavoro per la produzione del miele, quasi raro in questa zona.

Gli obiettivi non sono pochi, si pensa anche allo sviluppo dell’ecoturismo in un’area che presenta un patrimonio ricchissimo a livello culturale, artistico e naturalistico.

L’associazione si batte anche affinché nella popolazione ci sia una maggiore coscienza delle tematiche ambientali e del rispetto della natura per fare in modo che San Josè possa essere insignito del titolo di Comune Verde. Di queste tematiche, come dell’educazione alimentare, si discute durante le riunioni dove le donne si incontrano per esporre i propri problemi e per confrontarsi tra loro; questa è una parte fondamentale della loro esperienza perché consente a tutte di verificare lo stato del proprio lavoro, di imparare dagli errori propri ed altrui e di fare autoformazione, accrescendo la propria autostima e generando solidarietà sociale.

A San Josè de Chiquitos è forte la produzione di tessuti artigianali lavorati al telaio, come borse e amache, nei quali le donne sono abilissime. Per differenziare anche le entrate economiche sono sorti gruppi informali di artigianato ai quali l’associazione fornisce le materie prime necessarie a realizzare il lavoro. A San Josè sono impiegate quindici donne che partecipano contemporaneamente al lavoro degli orti.

Questo permette di rispondere alle esigenze delle popolazioni locali nel rispetto del contesto socio-culturale e senza alcun tipo di sfruttamento. Le donne si incontrano due volte alla settimana e lavorano insieme a beneficio di sé stesse e della comunità gestendo da sole e con le proprie forze il loro operato, comunque sempre affiancate da Carmen Montenegro che offre il proprio sostegno a chiunque ne abbia bisogno.

Lo stesso accade nelle comunità rurali dove ci siamo recati durante il campo di lavoro. I lavori delle donne non sono realizzati unicamente al telaio, in quanto questo strumento non è presente in tutte le case ma anche all’uncinetto. Inoltre abbiamo avuto il piacere di vedere lavori creati con materiali riciclati, che testimoniano la creatività di chi li ha realizzati.

 

Sempre nell’Agosto 2006 abbiamo assistito alla partenza dei lavori per il pozzo artesiano che vengono incontro alle necessità d’acqua e al bisogno di rendere produttiva l’area della fattoria sociale. Nel municipio di San Josè la mancanza d’acqua è una delle principali cause dell’indice di mortalità infantile (57 per mille bambini nati, circa 912 bambini all’anno) e delle malattie intestinali che causano infezioni e dissenteria. La siccità diviene un problema sempre più serio anche a causa dei numerosi incendi e del disboscamento perpetrato dalle multinazionali nordamericane nella zona del Bosco Secco Chiquitano.

L’acquisto dell’appezzamento di terreno per la Fattoria sociale è stato un passo cruciale per l’associazione che ha dovuto organizzare raccolte fondi per raggiungere la somma necessaria. Non avendo i finanziamenti di cui gode una ONG tutte le risorse finanziarie dipendono dalle donazioni di privati.

I lavori del pozzo come quelli per le altre strutture sono stati sfortunatamente rallentati dalle inondazioni disastrose provocate dal Niño, che in Bolivia ha causato 36 morti e ha lasciato 350 mila persone senza tetto. Circa un milione di capi di bestiame sono morti a causa dell’alluvione che ha finito per mettere in ginocchio ulteriormente il paese più povero dell’America Latina. Tutte le vie di comunicazione sono state bloccate dal fango ed è aumentato il rischio di epidemie già alto a causa delle condizioni igienico-sanitarie non ottimali.[7]

Non solo la Fattoria sociale ha subito danni ma ovviamente son stati compromessi anche gli orti comunitari. Grazie alla buona volontà delle donne e di tutte le persone che contribuiscono al progetto i lavori riprenderanno al più presto

 

Donne per la Solidarietà punta ad un obiettivo principale: “Incidere sulle cause che generano sfruttamento e ingiustizia attraverso la rivalutazione del valore fondamentale della solidarietà fra i popoli, dei valori propri delle diverse etnie, nazionalità, culture e situazioni sociali differenti.”[8]

Per poter portare avanti gli scopi prefissati è importante soprattutto puntare al dialogo tra i due emisferi, attraverso iniziative di scambio tra Nord e Sud del mondo, promuovendo l’educazione allo sviluppo soprattutto per i bambini e i giovani, potenziando la loro partecipazione attiva e responsabilità nella società.

È necessario inoltre incoraggiare l’espansione di un mercato equo e solidale favorendo la conoscenza di prodotti sia alimentari che artigianali realizzati nel rispetto dell’ambiente e dei diritti dell’uomo. Attraverso incontri, eventi ed iniziative di raccolta fondi l’associazione cerca di far conoscere il proprio operato e di coinvolgere il maggior numero di persone nella promozione e nel finanziamento di progetti che migliorino la qualità di vita e il tessuto sociale per un auto-sviluppo dei paesi economicamente più deboli. Come altre numerosissime associazioni ha dunque partecipato agli Stati Generali della Solidarietà e Cooperazione Internazionale che si sono tenuti dal 22 al 25 Novembre 2006 a Roma. Carmen Montenegro, agronoma dell’associazione, venuta in Italia per l’occasione ha partecipato alla tavola rotonda dal titolo: “Le donne nei processi di sviluppo integrato.”

Dal 19 al 23 Dicembre Mujeres por la solidaridad è stata una delle protagoniste della Festa dell’Altra Economia all’Ex-Mattatoio, nel quartiere Testaccio di Roma, con un esposizione di prodotti artigianali chiquitani e di materiale informativo.

Ma l’esperienza indubbiamente più formativa è stata il campo di lavoro internazionale che ha dato la possibilità a nove ragazzi italiani di partecipare attivamente al lavoro dell’associazione sul posto, interagendo con la realtà locale e integrandosi con la popolazione locale e le lavoratrici degli orti.

Per tutto il mese di Agosto del 2006 abbiamo seguito l’impegno delle donne e abbiamo svolto le attività di sistemazione del terreno destinato alla Scuola d’Azione.

Concretamente il lavoro si svolgeva in due fasi. La mattina era dedicata al terreno da ripulire, con zappe, asce e rastrelli all’alba ci recavamo in camion nell’area della Fattoria, distante sette chilometri dal centro abitato. Insieme alle fondatrici dell’associazione abbiamo sperimentato (anche se per un periodo molto breve) il lavoro della terra, il caldo che la mattina si fa sempre più insistente, i dolori e le soddisfazioni.

Quando si terminava il lavoro ci si riposava in attesa del pranzo e il pomeriggio era invece dedicato agli orti comunitari dove ci attendevano le donne. Divisi in piccoli gruppi abbiamo lavorato in cinque dei dieci orti presenti a San Josè anche in compagnia dei bambini che sempre come per gioco ci davano una mano ad innaffiare, piantare e sistemare l’orto. Abbiamo vissuto la grande ospitalità della gente del posto, ma qualche volta anche la diffidenza, la forza di volontà e i dubbi di tutte le persone che si impegnano a far proseguire il progetto nel migliore dei modi. Abbiamo visitato gli orti didattici, collaborando con i bambini e gli insegnanti, siamo stati accolti dalle comunità rurali che ci hanno mostrato i buoni risultati dei propri sforzi e abbiamo visto nascere una parte dei progetti pensati per la Fattoria.

Ci siamo impegnati anche per far conciliare il lavoro della terra con quello di documentazione della realtà locale, attraverso interviste, materiale fotografico e audiovisivo raccolto con attenzione a San Josè come nelle aree rurali, per far conoscere questa parte della Bolivia anche qui in Italia. Ci siamo fatti portavoce delle speranze di tutte le donne e gli uomini che ci hanno aperto le loro porte e abbiamo mostrato una parte della loro vita anche a chi sta dall’altra parte del mondo.

Grazie all’opportunità che ci ha offerto Mujeres por la solidaridad abbiamo potuto partecipare ad un progetto che si distacca da un approccio dall’alto e che tenta di sganciare dalle “reti” di dipendenza i paesi economicamente più poveri, attraverso lo sviluppo delle competenze e potenzialità proprie di ogni persona.