Genere e capitale sociale nella cooperazione allo sviluppo

 

 

 

 

 

 

 

 

Ad Aurora

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


I n d i c e

 

 

 

  • Introduzione……………………………………………………………………………………………………………3

 

  • 1. Discriminazioni di genere e sottosviluppo

1.1 Universalità e cumulatività delle discriminazioni di         genere………………………………………………………………7

1.2 Gli Obiettivi del Millennio…………………………………………….10

 

 

  • 2. Approcci emergenti

     2.1 Capitale Sociale in una prospettiva di genere

         E L’approccio delle Capabilities…………………………………15                      

            2.2 Microcredito e auto impiego………………………………………………21

     2.3 Ruolo delle ONG………………………………………………………………………………26

 

 

  • 3. Il caso della associazione “Mujeres por la Solidaridad.                

            Scuola d’Azione per lo Sviluppo Sostenibile”

     3.1 Caratteristiche socio-economiche dell’area…….28

     3.2 Azione e metodo della associazione………………………….32

     3.3 Impatto di genere……………………………………………………………………….37

 

 

  • Conclusioni………………………………………………………………………………………………………….40

 

 

  • Bibliografia e Sitografia…………………………………………………………………….41

  • Ringraziamenti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I n t r o d u z i o n e

 

 

 

     

I presupposti teorici che hanno tradizionalmente orientato lo sviluppo economico e di riflesso anche le metodologie d’azione in ambito cooperativo, hanno reso evidenti nella realtà, a livello globale, incongruenze e mancanze tali da diventare inevitabilmente oggetto di dibattito.

 L’inapplicabilità delle ricette neoliberiste ha avuto modo di emergere con chiarezza in molteplici occasioni e contesti, già a partire dai primi anni ’90 del secolo scorso. Fenomeni quali la crisi dell’economia messicana (1994), il rapido crollo delle economie del sud-est asiatico (1997), le gravi difficoltà attraversate dalle economie in transizione, come quella russa (1998), le continue instabilità vissute nei mercati finanziari internazionali, gli squilibri e le polarizzazioni sociali vissute specie in America Latina (Argentina 2001), sono solo alcuni esempi dei processi che hanno spinto a discutere l’efficacia del pensiero economico dominante[1]. In tutte queste circostanze l’approccio convenzionale si è infatti dimostrato, piuttosto che un motore per la crescita, un fattore di freno e semmai di aggravamento delle crisi prodotte dalle già esistenti disfunzioni del mercato, provocando forti aumenti della disoccupazione, della povertà e conseguenti processi di dissoluzione sociale (dalla violenza urbana in America Latina ai conflitti etnici in Indonesia).          

 

Aldilà delle ideologie politiche alla base degli interventi, ciò che è ormai ritenuto fallimentare é la pretesa di catturare e risolvere problematiche economiche e sociali partendo da schemi di riferimento basati su gruppi di variabili limitate, di natura quasi esclusivamente economica, che non rispettano la complessità della realtà e portano ad un rovesciamento tra mezzi e fini.

L’aumento del PIL, per esempio, è certamente un obiettivo importante, ma solo nel momento in cui riflette anche un effettivo innalzamento degli indici relativi alle concrete condizioni di vita della popolazione di un paese: nutrizione, salute, educazione, e tutto ciò che costituisce il reale progresso di una società.

Gran parte delle popolazioni del pianeta vivono sulla propria pelle l’assurda contraddizione tra, da un lato, la disponibilità di immense forze produttive - in continua crescita grazie alle rivoluzioni tecnologiche nel campo dell’informatica, della biotecnologia, della robotica, della microelettronica, delle telecomunicazioni, della scienza dei materiali - dall’altro, la persistenza di problematiche quali la fame cronica, che colpisce 798 milioni di persone[2] debilitandone le capacità fisiche e mentali; le malattie come l’AIDS, la malaria e la tubercolosi, che potrebbero essere largamente controllate attraverso educazione e prevenzione oppure se colpiscono, curate, e invece continuano a provocare la morte di milioni di persone ogni anno; la mancanza di possibilità di ricevere l’educazione primaria per 115 milioni di bambini[3].

 79Oltre alla necessità di adottare un diverso approccio ideologico, è emerso il bisogno di nuovi indicatori di sviluppo, tra i quali assumono rilievo sempre maggiore quelli relativi al capitale umano e sociale.

Il concetto di capitale sociale non rappresenta una novità in ambito sociologico ma proprio negli ultimi dieci anni ne è stata messa in risalto l’importanza in relazione alla questione dello sviluppo sociale ed economico[4].

Per “capitale sociale” si intende una “struttura di relazioni tra persone, relativamente durevole nel tempo, atta a favorire la cooperazione e perciò a produrre, come altre forme di capitale, valori simbolici”[5] (Mutti, p. 8).

E’ stato riscontrato che capitale sociale e cultura, seppure elementi immateriali e invisibili, sono in realtà essenziali per uno sviluppo sostenibile, fungendo da forza coesiva: la loro incentivazione e affermazione può scatenare enormi potenziali di energia creativa; attraverso di essi le persone possono riconoscersi reciprocamente, crescere e sviluppare autostima collettiva, e alimentare comportamenti cooperativi che contrastino li effetti devastanti di quelli competitivi tipici dell’economia di mercato.

Al centro di questo ragionamento si pone la famiglia, come nucleo primario delle reti di reciprocità, e al suo interno la donna come anello fondamentale.

Il riconoscimento del ruolo che la donna (in quanto madre e in quanto “tessitrice” di reti), può assumere nello sviluppo, è chiaramente espresso nella dichiarazione degli “obiettivi del Millennio”, stabiliti dalle Nazioni Unite nel 2000. In questa sede si è sottolineato fortemente come gli obiettivi indicati nella dichiarazione possano essere raggiunti proprio facendo leva sul miglioramento della condizione femminile. Intendendo la donna non come recettrice passiva delle azioni destinate a incentivarne il benessere, bensì come agente attiva di cambiamento, come promotrice dinamica delle trasformazioni sociali necessarie a cambiare la posizione propria, ma anche degli uomini e della società nel suo insieme[6].

 

Dunque, il mio interesse nel presente lavoro è analizzare la correlazione tra disuguaglianze di genere a livello globale e povertà, e il contributo che la prospettiva di genere può dare alla comprensione e al superamento del sottosviluppo.

Successivamente, intendo discutere i tratti salienti degli approcci allo sviluppo maggiormente innovativi, anche con il supporto di esempi, e analizzandone gli elementi di efficacia e i fattori ostacolanti.

Infine, riporterò ciò che viene proposto concettualmente, attraverso la descrizione del processo educativo e di creazione di capitale sociale “orientato al femminile”, avviato nell’area di San José de Chiquitos (dipartimento di Santa Cruz, Bolivia orientale) da una associazione italo - boliviana di recente costituzione, denominata “Mujeres por la Solidaridad. Scuola d’Azione per lo Sviluppo Sostenibile”, alla quale spero di essere riuscita a dare un contributo nella attività svolta insieme nell’area, durante il mese di Agosto del 2006.

 

 

 

1. Discriminazioni di genere e sottosviluppo

 

1.1 Universalità e cumulatività delle discriminazioni di genere

 

Come sostiene Sen ”l’ineguaglianza di genere non è un fenomeno omogeneo, ma una serie di problemi disparati e interconnessi”[7].        

Le disuguaglianze colpiscono infatti la donna in differenti ambiti, possono essere presenti contemporaneamente e alimentarsi reciprocamente o riguardare aspetti particolari dell’esistenza delle donne, a seconda del contesto culturale. In ogni caso, non esiste società in cui le discriminazioni, in una o nell’altra forma, non siano presenti. Allo stesso tempo, un paese può muoversi da un tipo di discriminazione ad altre forme.

Sen ne individua sette categorie fondamentali:

 

Disuguaglianza dei tassi di mortalità: in alcune regioni del mondo, la disuguaglianza tra uomini e donne riguarda direttamente una questione di vita o di morte e si esprime nella forma brutale di tassi di mortalità inusualmente alti per le donne e una conseguente preponderanza degli uomini nella popolazione totale, opposta alla preponderanza delle donne riscontrabile nelle società con scarse o inesistenti discriminazioni nella cura della salute e nella nutrizione. Ineguaglianze nella mortalità sono state osservate estensivamente in Nord Africa e Asia, incluse Cina e Asia meridionale.

 

Disuguaglianza dei tassi di natalità: data la preferenza per i maschi rispetto alle femmine, espressa in numerose società in cui domina il maschilismo, l’ineguaglianza può manifestarsi attraverso la scelta dei genitori di avere un neonato maschio anziché femmina. In altre epoche questo poteva essere solo un desiderio, ma con la disponibilità delle tecniche che permettono di determinare il sesso del feto, l’aborto selettivo per sesso è diventato comune in molte nazioni. In particolare prevale in Cina e Sud Corea, ma anche a Singapore e Taiwan, e comincia ad emergere come fenomeno statisticamente rilevante in India e Asia meridionale.

 

Disuguaglianza delle basic facilities (risorse di base): anche quando le discriminazioni non emergono dalle caratteristiche demografiche, ci sono altri modi in cui prendono forma.

L’ Afghanistan poteva essere l’unica nazione del mondo in cui il governo si accaniva nell’escludere le bambine dall’educazione scolastica, ma ci sono molti paesi in Asia, Africa e America Latina, in cui le bambine hanno molte meno possibilità di frequentare la scuola rispetto ai bambini. Altre deficienze nelle basic facilities disponibili per le donne variano dall’incoraggiamento a coltivare i propri talenti naturali al riconoscimento delle funzioni sociali svolte all’interno della comunità.

 

Disuguaglianza delle opportunità avanzate: anche quando la differenza di accesso alle basic facilities, inclusa la scuola, è relativamente ridotta, le opportunità di accedere ai livelli di istruzione più elevati o alla formazione professionale, sono più scarse per le donne che per gli uomini. Discriminazioni di questo tipo sono osservabili anche nelle nazioni più ricche, in Europa e Nord America. Qualche volta questo tipo di divisione si è basato sull’idea solo superficialmente innocua che i rispettivi ambiti di competenza di uomini e donne siano semplicemente diversi. Questa tesi è stata portata avanti attraverso i secoli in diverse forme e anche se ora le credenze circa questa naturale divisione non sono nette come possono esserlo state in passato, estese asimmetrie di genere sono osservabili in molte aree dell’educazione, formazione, e attività professionali persino nei paesi cosiddetti “sviluppati”.

 

Disuguaglianze professionali: in termini di assunzione così come di promozione lavorativa e occupazione, le donne affrontano maggiori difficoltà degli uomini. Paesi come il Giappone e l’Italia possono essere abbastanza egualitari dal punto di vista demografico e delle basic facilities, e anche, su ampia scala, nell’educazione superiore, ma il progresso verso livelli elevati di impiego sembra ancora molto più problematico per le donne che per gli uomini.

 

Disuguaglianze della proprietà: in molte società persino la proprietà di beni di base come case e terra é distribuita molto asimmetricamente. L’assenza di rivendicazione della proprietà può non solo ridurre la voce delle donne, ma rendere più arduo per loro l’ingresso e la prosperità in attività commerciali, economiche e persino sociali. Questo tipo di discriminazione è esistita in gran parte del mondo, anche se ci sono varianti locali, rarissime a livello globale.

 

Disuguaglianze familiari: ci sono, abbastanza spesso, discriminazioni di base all’interno della famiglia o della famiglia allargata, che possono assumere diverse forme. Anche nei casi in cui non si riscontrano segni aperti di discriminazioni contro la donna (forme sopra citate), le strategie familiari possono essere molto ineguali in termini di suddivisione del peso del lavoro casalingo e di cura dei figli. Per esempio, è molto comune in numerose società dare per scontato che mentre gli uomini lavoreranno naturalmente fuori casa, le donne potrebbero farlo, se e solo se riuscissero a combinare questo con vari e ineludibili doveri di mantenimento della casa. Ciò viene normalmente definito “divisione del lavoro” anche se si tratta più di una “accumulazione di lavoro”. Tale disuguaglianza influenza non soltanto le relazioni all’interno della famiglia ma anche il riconoscimento da parte del mondo esterno e conseguentemente la percezione che la donna stessa ha di sé e del proprio ruolo, con una tendenza a perdere la capacità di visualizzare e desiderare cambiamenti: ciò che l’ antropologo indiano Appadurai definisce “capacità di aspirare”[8].

  

Ciò che normalmente si sottovaluta è la portata degli effetti negativi che la discriminazione e le asimmetrie di genere imprimono anche sul benessere del resto della società nelle sue varie componenti (bambini, ragazzi, adulti, anziani).

 

 

 

 

1.2 Gli Obiettivi del Millennio

 

La Dichiarazione del Millennio stabilisce un insieme di obiettivi specifici sintetizzanti i principali problemi sociali che colpiscono la gran parte degli abitanti dei paesi in via di sviluppo. Ciascun obiettivo comprende a sua volta un insieme di mete specifiche e di indicatori che dovrebbero permettere di misurare quali progressi vengono realizzati da ogni paese nel conseguimento degli obiettivi.

Gli otto obiettivi sono:

-       eliminare la povertà estrema e la fame: dimezzare, entro il 2015, la percentuale di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno e di persone che soffrono la fame;

-       raggiungere l’istruzione primaria universale: assicurare, entro il 2015, che in ogni luogo i bambini e le bambine siano in grado di portare a termine un ciclo completo di istruzione primaria;

-       promuovere l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne: eliminare la disuguaglianza di genere nell’istruzione primaria e secondaria preferibilmente entro il 2005 e a tutti i livelli di istruzione entro il 2015;

-       diminuire la mortalità infantile: ridurre di due terzi, entro il 2015, il tasso di mortalità infantile al di sotto dei cinque anni d’età;

-       migliorare la salute materna: ridurre di tre quarti, entro il 2015, il tasso di mortalità materna;

-       combattere l’hiv/aids, la malaria e le altre malattie:
arrestare, entro il 2015, e invertire la tendenza alla diffusione dell’HIV/AIDS, della malaria e di altre malattie, quali la tubercolosi;

-       assicurare la sostenibilità ambientale: integrare i principi di sviluppo sostenibile nelle politiche e nei programmi dei paesi, arrestare la perdita delle risorse ambientali, dimezzare il numero di persone che non hanno accesso all’acqua potabile;

-       sviluppare un partenariato globale per lo sviluppo:
I 189 stati membri delle Nazioni Unite che nel 2000 hanno sottoscritto la Dichiarazione del Millennio si sono impegnati a costruire un partenariato per lo sviluppo, attraverso politiche e azioni concrete volte ad eliminare la povertà: la cooperazione allo sviluppo, un commercio internazionale che risponda ai bisogni dei paesi poveri, la riduzione e la cancellazione del debito dei paesi più poveri, il trasferimento di tecnologie.

 

La gran parte dei piani d’azione necessari per raggiungere tali obiettivi sono stati elaborati e approvati dagli stati membri, talvolta a titolo individuale e talvolta congiuntamente, nel quadro di organizzazioni o conferenze internazionali.

La Dichiarazione del Millennio riconosce che l’eguaglianza di genere e l’empowerment della donna rappresentano un obiettivo per diritto proprio, ma giocano un ruolo fondamentale anche nel raggiungimento di tutti gli altri obiettivi (escluso l’ultimo). I governi hanno infatti sottoscritto di voler “promuovere l’uguaglianza fra i sessi e l’assunzione di potere e responsabilità da parte delle donne quali mezzi efficaci per combattere la povertà, la fame e le malattie, e per stimolare uno sviluppo che sia pienamente sostenibile”[9].

Essendo la donna maggiormente colpita dal sottosviluppo, il rispetto dei suoi diritti si riflette in un maggior benessere, dato che questo per i bambini dipende più dalle risorse di cui dispone la madre che da quelle del padre. Inoltre, è stato osservato che là dove le giovani nei paesi poveri hanno frequentato almeno quattro anni di scuola, quando diventano madri, è minore il numero dei loro figli che muore. L'altro aspetto positivo riscontrato è che ciò abbassa il tasso di incremento della popolazione più di qualsiasi altro singolo fattore.

 

L’evoluzione nell’approccio teorico alla povertà e alla questione femminile ha dunque fatto passi consistenti, anche grazie al contributo della ricerca sul campo e dell’uso crescente di dati disaggregati per sesso.

Ma le adesioni dei governi a dichiarazioni di intenti, quando si tratta di politiche sociali, non trovano generalmente riscontro concreto. Nel gennaio 2005 è stata portata a termine da parte di 265 tra i più grandi esperti mondiali di sviluppo, il piano "Investing in Development: a practical plan to achieve the Millennium Development Goals" contenente un serie di strategie "efficaci e poco costose" per il raggiungimento degli obiettivi.

I paesi industrializzati, per raggiungere i risultati desiderati, dovrebbero destinare all’implementazione delle strategie indicate lo 0.44% del loro Prodotto Interno Lordo nel 2006, e raggiungere lo 0.54% nel 2015, dunque meno dell'obiettivo globale dello 0.7% stabilito nel momento dell’adesione.

Il documento sottolinea inoltre come ciò che si richiede agli stati industrializzati non sia che il 5% di quello che viene concesso complessivamente per i budget militari[10].

Per quanto riguarda l’Italia, il passaggio dalla scorsa Finanziaria a quella per l’anno corrente ha visto un incremento dei fondi per la cooperazione, da 380 a 600 milioni di euro.

Se da un lato questo incremento potrebbe essere considerato un dato positivo, altri elementi ne relativizzano l’importanza. Infatti proprio sotto la voce “interventi per lo sviluppo e la ricerca" della nuova Finanziaria va all’articolo 188: "Autorizzazione di spesa per la partecipazione italiana a missioni internazionali": "E’ autorizzata, per ciascuno degli anni 2007, 2008 e 2009, la spesa di euro 1 miliardo per il finanziamento della partecipazione italiana alle missioni internazionali di pace. A tal fine è istituito un apposito fondo nell’ambito dello stato di previsione della spesa del Ministero dell’economia e delle finanze[11].

Tra rifinanziamenti delle missioni militari e spese generiche per la difesa, la finanziaria Prodi stanzia quindi quattro miliardi e 400 milioni di euro a cui si sommano la sottrazione del 5 per mille (era stato previsto nell'ordine dei 270 milioni di euro) e altre centinaia di milioni di euro che generalmente, sotto varie voci  - attività produttive (delle armi) cooperazione (missioni di pace) - finiscono, anche loro, a sostenere le missioni militari, definite anche in questa ultima legge finanziaria "missioni di pace".

Potrebbe essere interessante indagare, specie nei paesi con maggiori quote rosa, se e quale apporto diano le donne nel dibattito parlamentare riguardante i finanziamenti alla cooperazione e agli interventi militari.

 

   

2. A p p r o c c i e m e r g e n t i

 

2.1 Capitale Sociale in una prospettiva di genere           e L’approccio delle capacità

 

 

Dal punto di vista empirico sono stati numerosi gli sforzi tesi a investigare l’incisività del capitale sociale, la sua concreta influenza sulle dinamiche sociali, dimostrandone una correlazione positiva con lo sviluppo sotto molteplici punti di vista: integrazione degli individui nella comunità di appartenenza, coesione sociale, stimolo dell’azione collettiva per cause pubbliche (civicness), benefici per il nucleo familiare. Ma anche efficienza giudiziaria, assenza di corruzione, qualità della burocrazia, pagamento delle tasse, così come il rendimento scolastico dei bambini, la capacità di concertazione, la salute dei cittadini (inclusa una maggiore aspettativa di vita).

Dal punto di vista concettuale si possono distinguere tre accezioni di capitale sociale: individualista (P.Bourdieu, J.Coleman), olista (R.Putnam, F.Fukuyama) o relazionale (Donati).

Il paradigma individualista concepisce il capitale sociale come risorsa che fa da ponte strumentale e individuale verso l’esterno da una rete all’altra in cui si muove l’attore. Secondo la definizione di Bourdieu infatti il capitale sociale è “il prodotto di strategie di investimento sociale orientate, coscientemente o meno, verso l’istituzione o la riproduzione di relazioni sociali direttamente utilizzabili, a breve o a lungo termine, per perseguire i propri fini o migliorare la propria posizione sociale”. E’ dunque un capitale che si produce perché è l’individuo che investe nella rete di rapporti per trarne un profitto individuale.

 

Il paradigma olista invece considera il capitale sociale come legame interno alla rete dell’attore considerata in senso espressivo e collettivo/comunitario. Dunque in questa accezione produrre capitale sociale “richiede di fare proprie le norme di una comunità e, nel suo ambito, l’acquisizione di valori come la lealtà, l’onestà e l’affidabilità (…) il capitale sociale non può essere accumulato soltanto mediante l’agire individuale. Si fonda sulla prevalenza delle virtù sociali su quelle individuali”[12]. Il capitale sociale si produce perché l’individuo è “comunitario”, cioè non solo fa proprie le norme etiche comunitarie e le segue, ma subordina ad esse gli interessi individuali. Per capitale sociale si intendono in questo senso valori, norme e reti sociali che mettono le persone in grado di agire collettivamente, in maniera associata, a prescindere da particolari vincoli.

 

Infine l’approccio relazionale, contrariamente ai due approcci precedenti, percepisce il capitale sociale come particolare qualità e configurazione delle reti di relazioni che alimentano e rendono sinergiche le dotazioni individuali e le opportunità di vita delle persone coinvolte. In questo senso coincide con le pratiche di relazioni di reciprocità.

Si può distinguere in questo caso tra capitale primario (relazioni che valorizzano i beni relazionali primari, operando con criteri largamente o più informali) e capitale secondario (relazioni che valorizzano i beni relazionali secondari, di cultura civica o civile, operando con criteri largamente o più formali)[13].

Il capitale sociale primario ha come ambito di relazione la famiglia e le reti informali primarie (tra familiari, parenti, amici, vicini); consiste nella fiducia primaria e nella reciprocità interpersonale come scambio simbolico (ovvero dono come atto in un circuito di scambi reciproci di dare - ricevere - contraccambiare senza equivalenti monetari). Il capitale sociale primario è il fattore precipuo della civility, che indica il fatto di essere “civili”, in quanto si agisce con buone maniere e con considerazione positiva per gli altri così da essere loro di aiuto.

Il capitale sociale secondario ha come ambito di relazione l’associazionismo di società civile (le associazioni o reti civiche di individui e/o famiglie); consiste nella fiducia secondaria (verso gli individui che hanno in comune solo l’appartenenza ad una associazione o comunità civile o politica) e nella reciprocità sociale allargata (estensione dello scambio simbolico a coloro che appartengono ad una stessa associazione o comunità civile o politica). Il capitale sociale secondario è fattore precipuo di civiltà o cultura civica, che indica quelle buone pratiche attraverso cui i cittadini esercitano i loro diritti e responsabilità per quanto attiene alla vita pubblica della città o municipalità[14] .

Il capitale sociale mostra l’esistenza di relazioni sociali sui generis la cui funzione primaria non è quella di essere strumento per ottenere qualcosa ma è quella di favorire la relazionalità sociale stessa, cioè lo scambio che produce un bene condiviso, da cui derivano particolari risorse come effetti secondari.

Il capitale sociale consiste negli elementi relazionali (come la fiducia, fatta di aspettative reciproche, e la reciprocità, fatta di obbligazioni sovrapersonali) che valorizzano qualunque dotazione, materiale o immateriale. Gli interessi e i vantaggi individuali, che pure sono cercati, sono valorizzati come espressione di un bene condiviso. Si può quindi definire come una qualità relazionale, “comunitaria” che si origina in una propria sfera, distinta dallo Stato e dal mercato, primariamente all’interno della famiglia.

Le donne utilizzano il capitale sociale per procurare risorse per la comunità in senso ampio nell’estensione di un’etica della cura al di là dell’ambito familiare, espressione di come il capitale sociale sia di genere.

Il fatto che il capitale sociale possa fornire alle donne un certo grado di potere è dato dal fatto che si sviluppa da esperienze collettive e su questa base può essere altamente trasformativo. Come il capitale fisico si trasforma e quello finanziario si accumula nel momento in cui viene utilizzato, il capitale sociale può essere visto come un processo in cui valori e obiettivi alternativi possono svilupparsi e il potere di provocare cambiamento può essere accumulato. E a differenza delle altre forme di capitale, la sua creazione e utilizzo non porta ad esaurirlo ma a crescere progressivamente.

Le reti comunitarie di donne sono spesso valutate soltanto in relazione alla loro capacità di dimostrare ingressi economici, quantificabili, non tenendo conto del loro effetto educativo nel promuovere valori cooperativi e democratici.

Il concetto di capitale sociale, evidenziando l’importanza di connessione e interazione, il qualitativo piuttosto che il quantitativo, si pone criticamente rispetto all’analisi economica standard. Anche se la metafora del capitale potrebbe far apparire un’immagine di calcolo razionale di profitti misurabili da agenti individuali, in realtà si fonda su una visione “sociale” delle relazioni di mercato.

 

E’ necessario valorizzare il ruolo delle donne nel creare capitale sociale, nella forma di fiducia generalizzata, superando le limitazioni di una rigida separazione concettuale tra il mercato e la sfera domestica.

 

In origine il concetto di capitale sociale deriva da una sociologia economica in cui il mercato è analizzato come una formazione sociale piuttosto che naturale, in cui l’economia in nessun modo precede il sociale. Il riconoscimento del modo in cui le relazioni di fiducia favoriscono i processi di mercato-negoziazione dovrebbe permettere di comprendere meglio il valore del tempo impiegato dalle donne nella creazione di reti sociali e relazioni di fiducia, sia con che oltre il nucleo familiare. Riconosciuta l’incertezza endemica delle transazioni, la fiducia assume un ruolo fondamentale nelle relazioni tra lavoratori, nelle relazioni di customer care e nella interazione tra cittadini e fornitori di servizi, pubblici e privati.

Ma da dove proviene la fiducia?

Putnam ritiene derivi dall’interazione in associazioni formali, ma qui la cecità riguardo il genere realmente mina la comprensione del capitale sociale. Stolle e altri fanno una distinzione critica tra fiducia generalizzata e particolaristica. Diversamente da Putnam, Stolle non vede ragioni per assumere che la fiducia tra membri di associazioni si tramuti in fiducia e tolleranza verso gli altri. Piuttosto la correlazione tra l’appartenenza ad una associazione e i livelli di fiducia espressi può essere spiegata dalla tendenza di chi “si fida” a far parte di associazioni, più facilmente di chi ha attitudini diverse (non improntate all’estroversione e alla tolleranza).

La capacità di fiducia generalizzata si sviluppa attraverso la socializzazione e l’interazione nelle associazioni favorisce semplicemente forme di fiducia particolaristiche.

Se i bambini siano portatori di valori cooperativi, empatia e comprensione degli altri e un riconoscimento genuino della mutualità dipenderà dalla qualità e forma di relazioni all’interno della famiglia e in contesti che vanno al di là dei legami immediati di parentela. Essendo lo scopo di gran parte dell’organizzazione comunitaria svolta dalle donne, trarre benefici per i giovani o gli anziani della comunità, questo genera una più ampia forma di socializzazione a favore di valori cooperativi.

 

Se si considera inoltre come in un sistema a rete, in cui vengano condivise energie e conoscenze, sia più facile trovare la risoluzione ai propri problemi rispetto che individualmente, si comprende come la tendenza alla cooperazione possa aumentare la capacità di azione delle donne attraverso il raggiungimento di più ampie capabilities.

Con il termine capabilities (capabilità) si intendono le reali e genuine opportunità per un individuo di fare o essere ciò che desidera, o in altre parole, la libertà dell’individuo di stabilire se condurre un tipo di vita piuttosto che un altro. Basandosi primariamente sulle preferenze dell’individuo, tali capacità possono essere difficili da osservare. Ma è possibile osservare le capabilities secondo le quali la persona decide di agire, quelle che decide di realizzare. Le capabilities che l’individuo sceglie di realizzare sono denominate functionings (funzionamenti) raggiunti.

La scelta non può essere considerata una scelta idealizzata di un agente puramente razionale, distaccato dalla società; anzi, l’approccio di Sen riconosce in modo molto esplicito i meccanismi di formazione delle preferenze attivati dalle persone nel momento in cui compiono le proprie scelte, e la vasta gamma di condizionamenti sociali sul processo di decisione (pressioni, conformismo, aspettative da parte della famiglia e degli amici o vincoli con essi, ecc.). Si sottolinea inoltre il ruolo di determinati aspetti mentali nell’inficiare l’abilità della persona a scegliere, come ad esempio ansietà post-traumatiche o bassa autostima, entrambe problematiche di un certo rilievo per la donna considerata la sua esposizione alla povertà e alla violenza.          

Se dunque per functioning si intende il conseguimento di qualcosa, mentre la capability rappresenta l’abilità di conseguire, ne deriva che le limitazioni imposte dall’esterno e dall’interno all’abilità di scegliere e conseguire della donna, inevitabilmente si traducono in posizioni di svantaggio. In un certo senso i functionings sono più direttamente legati alle condizioni di vita, dal momento che sono differenti aspetti delle condizioni di vita. Mentre la capability è una nozione di libertà, in senso positivo: quali sono le opportunità reali per una persona di scegliere e condurre un certo genere di esistenza, dunque nel caso delle donne l’opportunità reale di raggiungere una condizione di benessere.

E’ su questa abilità di scegliere e conseguire che è necessario fare leva.

 

  2.2 Microcredito e auto impiego

Il microcredito è uno strumento di sviluppo economico che permette alle persone in situazione di povertà ed emarginazione di aver accesso a servizi finanziari. La difficoltà di accedere al prestito bancario, a causa dell’inadeguatezza o assenza di garanzie reali e delle dimensioni delle microattività, ritenute troppo ridotte dalle banche tradizionali, non consente alle microimprese di svilupparsi o di liberarsi dai forti vincoli dell’usura. I programmi di microcredito propongono soluzioni alternative per queste microattività economiche (agricoltura, allevamento, produzione e commercio/servizi), pianificando l’erogazione di piccoli prestiti a microimprenditori o gruppi di questi che hanno forte necessità di risorse finanziarie, per avviare o sviluppare progetti di auto-impiego. L’incremento di reddito che ne deriva porta a migliorare le condizioni di vita dei loro nuclei famigliari, determinando contemporaneamente un impatto significativo a livello comunitario. Avendo come target di riferimento i poveri, e in particolare le donne, i programmi di microcredito molto spesso prevedono, oltre a servizi di carattere finanziario, anche una combinazione di servizi di supporto alla microimpresa, come: formazione tecnica e gestionale; creazione di reti commerciali; condizioni per la raccolta di risparmio.        

Il fenomeno della microfinanza si è sviluppato e esteso a partire dall’esperienza del banchiere Muhammad Yunus in Bangladesh. Yunus intraprese la sua attività prestando l’equivalente di 30 euro a testa a 42 donne che non potevano acquistare le materie prime per creare i loro oggetti di artigianato, e l’esito positivo di questo esperimento lo spinse a estendere il sistema.

L’attività di credito della Grameen Bank di Yunus si basa sul “peer lending” (credito tra pari), che può assumere diverse forme: gruppi solidali, gestione comunitaria, gruppi finanziari informali, associazioni di credito e risparmio.

La prima é una metodologia di concessione dei crediti, in cui in un gruppo composto da 3 a 10 persone, ogni partecipante risponde del credito degli altri membri in proporzione alla quota del proprio prestito. In via generale, i membri del gruppo devono appartenere alla medesima comunità; in uno stesso gruppo non devono esserci stretti legami di parentela; i prestiti sono di importo ridotto e la restituzione è rateizzata nel breve periodo. Il credito può essere concesso secondo due procedure alternative: a rotazione, per cui il membro successivo riceve il prestito soltanto quando il precedente ha completamente ripagato il proprio prestito, oppure simultaneamente, per cui il credito è concesso contemporaneamente ad ogni membro del gruppo e nessuno può ricevere un secondo prestito se tutti i componenti del gruppo non hanno ripagato. In questo caso le attività economiche dei membri del gruppo devono essere differenziate altrimenti la garanzia viene meno, essendo le produzioni tutte soggette agli stessi rischi di fallimento.

La gestione comunitaria, più propriamente detta “Village Bank”, è un’associazione di credito e prestito gestita appunto a livello comunitario, generalmente costituita da 20-25 membri, nella maggioranza dei casi donne. La banca è finanziata attraverso la mobilizzazione di fondi all’interno del gruppo (internal account), così come da prestiti provenienti da istituzioni finanziarie esterne (external account). L’internal account, composto di risparmio dei membri e capitale accumulato per interessi, diviene gradatamente più consistente, sganciandosi progressivamente dalla necessità di attingere all’external account. Il prestito di gruppo è costituito dalla somma dei prestiti individuali. I prestiti sono erogati in cicli successivi (10-12 mesi), dove il corretto ripagamento prevede l’incremento dei crediti futuri.

Le Community Managed Revolving Loan Funds (CMRLF) sono invece gruppi finanziari informali tipicamente composti da 30-100 membri, anche in questo caso prevalentemente donne. Le CMRLF possono essere paragonate a piccole banche che mobilitano e gestiscono i propri fondi e tendono a diventare nel tempo istituzioni indipendenti. Per questo ai membri è richiesto di risparmiare, anche se i fondi iniziali provengono dall’esterno.

Infine, le Associazioni di credito e risparmio sono generalmente istituzioni sostenibili, finanziate dagli stessi risparmi locali. Svolgono una attiva funzione di intermediazione finanziaria, in particolare attraverso la mediazione di flussi economici dalle aree urbane, e semi urbane, a quelle rurali, assicurando una permanenza delle risorse di prestito all’interno della comunità, dove i risparmi sono stati mobilitati.

Il potenziale contributo del microcredito alla lotta alla povertà, è notevole, sia perché con una simile differenziazione delle forme di credito si risponde meglio alle esigenze locali, sia perché il microcredito rappresenta un cambiamento di prospettiva nei programmi di aiuto allo sviluppo: dalla donazione al credito.

Si tratta infatti di uno strumento che stimola la dignità delle persone a cui viene data una possibilità di crescita che non viene regalata, ma “prestata”. Quella che viene riconosciuta è la fiducia nella possibilità della persona: il credito prima ancora che monetario è fiducia al microimprenditore e al suo progetto.

Lo sviluppo economico viene sostenuto in questo caso attraverso la responsabilizzazione dei microimprenditori, come protagonisti e fautori della propria crescita. Coloro che ricevono un prestito sono spinti a lavorare duramente per restituirlo: per loro - specie per le donne - è una occasione che, se fallisce, non si ripeterà facilmente. La validità del sistema è confermata dall’elevato tasso di restituzione, superiore al 90%.

Si ottiene dunque in molti casi il risultato voluto, quello di creare le condizioni di sostenibilità dei programmi e delle istituzioni che ne prendono parte, ovvero la loro graduale indipendenza operativa da interventi finanziari esterni e la creazione, quindi, delle condizioni per una continua e duratura operatività.

 

Inoltre il microcredito non si presenta solo come un puro strumento finanziario, ma anche come una fonte di legami e vincoli più forti all’interno delle comunità locali, dal momento che la partecipazione allo sviluppo economico è collettiva. La tipologia di credito ai gruppi evidenzia proprio questa necessità di coesione sociale perché crea forti vincoli di pressione all’interno dei gruppi, relativamente alle quote da rimborsare, nonché una forte solidarietà e aiuto comunitario di fronte alle difficoltà di pagamento.

Ai beneficiari dei prestiti viene spesso richiesta la formazione di piccole associazioni locali per l’amministrazione del programma, e la creazione di connessioni stabili ed efficienti tra tali reti e livelli più elevati di gestione, coordinamento e controllo.

 

La strategia di sviluppo introdotta da Yunus è stata recentemente premiata con l’attribuzione del Premio Nobel per la Pace, anche in virtù del supporto economico che essa fornisce alle donne, rappresentanti il 94% degli oltre 7 milioni di clienti, sparsi in 37.000 villaggi.

Tuttavia, già nel 1994, una ricerca riguardante i progressi apportati alla qualità della vita delle donne grazie all’attività della Grameen Bank, ne scopriva dei fattori di disturbo.

Il ricercatore antropologo Aminur Rahman, dopo aver vissuto per undici mesi in un villaggio del Bangladesh in cui la Grameen Bank opera dal 1980, ha infatti riscontrato che delle 120 donne beneficiarie del microcredito, il 70% aveva subito un incremento delle aggressioni verbali e fisiche da parte dei parenti maschi, dopo aver ricevuto il prestito[15].

Inoltre, mentre tali prestiti dovevano aiutarle a ottenere maggiori redditi, molte delle donne, piuttosto che fare passi avanti nel processo di empowerment, venivano sfruttate dai propri mariti e parenti come mezzo per ottenere capitali. Delle 120 donne intervistate, 108 hanno sostenuto di essere state incoraggiate o costrette dai mariti o parenti ad aderire al programma della Grameen Bank per poter acquisire fondi utilizzati poi a proprio piacimento. Secondo l’indagine di Rahman, più del 60% dei prestiti erano gestiti dagli uomini[16].

Oltretutto,         Rahman ha riscontrato che il 78% del totale dei microcrediti nel villaggio, é stato utilizzato per scopi diversi da quelli approvati dalla banca. Circa il 30% veniva destinato a necessità domestiche, quali l’estinzione di debiti, l’acquisto di medicine, o il pagamento di tariffe alle agenzie intermediarie di allocazione lavorativa all’estero di membri della famiglia.

Queste spese creavano inevitabilmente debiti a carico delle donne (dovuti all’obbligo di restituzione del prestito), forzandole a richiedere denaro ad altri creditori, ad appellarsi agli uomini per pagare le rate del debito, o a vendere beni che sarebbero stati consumati dalla famiglia.

La pressione dovuta alla necessità di pagamento del debito finiva col creare tensioni all’interno dell’unità domestica. In altri casi la violenza era dovuta al fatto che la donna non ricevesse affatto il prestito o che ne ricevesse uno inferiore a quello atteso.

 

Dunque il microcredito può essere effettivamente uno strumento di sviluppo per la donna, ma senza trascurare gli effetti che le forti asimmetrie di potere presenti all’interno del nucleo familiare, che influenzano il raggiungimento dei risultati auspicati.

 

     

2.3 Ruolo delle ONG

   

Le organizzazioni non governative stanno svolgendo certamente un ruolo fondamentale nell’implementazione di quelle iniziative e politiche sociali spesso trascurate dai governi. Al loro interno sono recepite con maggiore facilità le innovazioni riguardo metodi e approcci. Dal punto di vista del microcredito, per esempio, le organizzazioni che si sono attivate sono numerose, e le tipologie e meccanismi di intervento vedono una crescente differenziazione e l’utilizzo di un approccio sempre più basato sull’aumento della capacità d’azione dei soggetti e sempre meno su un certo tipo di assistenzialismo paternalista.

E’ in crescita il numero di organizzazioni non governative che hanno come proprio target primario il miglioramento della condizione della donna, dal punto di vista dell’istruzione e della salute in modo particolare, o che inseriscono interventi di questo tipo all’interno di più generali programmi di lotta alla povertà.

 

Sarebbe utile una analisi approfondita del ruolo delle ONG da una prospettiva di genere, ma essendo un ambito di ricerca scarsamente esplorato, non ho avuto modo di trovare informazioni. Si potrebbe ad esempio evidenziare quante organizzazioni si occupino di tematiche legate alla donna - anche in una prospettiva temporale - come si distribuiscano operativamente nelle diverse aree del mondo e a quali paesi appartengano le organizzazioni maggiormente attive in questo ambito di intervento. Potrebbe essere inoltre interessante elaborare dei tassi di occupazione nelle ONG disaggregati per genere.

 

 

 

3. Il caso dell’associazione “Mujeres por la Solidaridad.            

Scuola d’Azione per lo Sviluppo Sostenibile”              

   

   

3.1 Caratteristiche socio-economiche dell’area

 

La Bolivia è uno dei paesi più poveri dell’America Latina, con un reddito medio pro capite che non raggiunge i mille dollari l’anno, e che oltretutto si concentra fortemente nei segmenti più ricchi della popolazione.

Dati della Commissione Economica per l’America Latina delle Nazioni Unite indicano che nell’anno 2002 quasi due terzi della popolazione boliviana viveva in condizioni di povertà. La stessa fonte indica che la povertà colpisce più intensamente le persone che vivono nelle aree rurali, dove 63 individui ogni 100 vivono in condizioni di indigenza/povertà estrema e quasi l’80% in condizioni di povertà.

Nelle zone rurali la proporzione di donne appartenenti a unità domestiche povere è praticamente la stessa di quella degli uomini appartenenti a unità domestiche povere, anche se le informazioni disaggregate per età mostrano che esistono più donne che uomini poveri se si fa riferimento alla classe di età 13-19 che rappresenta la fascia più vulnerabile, con un elevato numero di donne che si sposano per lasciare il proprio nucleo familiare. Ciò avviene talvolta per mancanza di alternative, essendo forte la necessità di pesare meno su unità domestiche con numerosi figli a carico.

 

In realtà misurazioni della povertà basate sull’unità domestica sono discutibili da una prospettiva di genere perché occultano le effettive dimensioni della realtà in cui le donne vivono la povertà. Questi approcci assumono infatti che le risorse all’interno dell’unità domestica siano ripartite equamente tra le sue componenti e questa visione è senz’altro errata. Non è detto che donne appartenenti a unità domestiche povere non siano di fatto povere. Inoltre, considerare solamente il reddito monetario come misura significa disconoscere l’apporto rappresentato dalle donne nel lavoro domestico e di cura, attività non remunerate che costituiscono un risparmio decisivo.

E’ necessario quindi utilizzare un approccio relazionale tra gli individui, che renda visibili le relazioni di potere asimmetriche che si stabiliscono all’interno dell’unità domestica.

Nell’area rurale l’attività economica dominante è l’agricoltura. L’85% dei lavoratori appartiene alla categoria occupazionale “familiare non remunerato” o “autonomo” mentre solo il 10% dei lavoratori rientrano nella categoria dei “salariati”.

La categoria occupazionale in cui si colloca la maggioranza delle donne è quella di lavoratrice familiare o apprendista non remunerata, mentre gli uomini si ubicano nella categoria degli autonomi.

Secondo la definizione elaborata all’interno del programma sudamericano MECOVI (“Mejoramento de las Encuestas de Hogares y la Medicion de Condiciones de Vida”) i lavoratori familiari o aiutanti senza remunerazione sono persone che si dedicano ad una attività senza ricevere in cambio remunerazioni monetarie o in prodotti, sia che il padrone del posto di lavoro sia un familiare, sia che non lo sia.

I lavoratori autonomi sono invece definiti come persone che hanno una propria impresa o negozio, senza avere lavoratori o lavoratrici remunerate a carico, né dipendere da un padrone; queste persone vendono o producono beni o servizi con o senza l’apporto di lavoratori o lavoratrici familiari o aiutanti.

Dunque, nonostante la maggioranza delle persone delle aree rurali siano lavoratori indipendenti, poi di fatto gli uomini sono considerati quasi sempre i padroni o dirigenti dell’unità produttiva, mentre le donne sono considerate, e si definiscono esse stesse come loro aiutanti.

La struttura occupazionale descritta è propria di forme di organizzazione produttiva nelle quali domina lo sfruttamento di modeste quantità di terra, integrato da un’unità familiare contadina incaricata della produzione. La sopravvivenza delle famiglie si basa dunque sulla produzione di beni di autoconsumo e sugli ingressi monetari altamente limitati provenienti dalla vendita dei prodotti al mercato.

Le donne contadine svolgono un ruolo determinante, dedicandosi a compiti specifici nella produzione, trasformazione dei prodotti e loro commercializzazione. Inoltre nei periodi di migrazione degli uomini verso altri luoghi di impiego, assumono la responsabilità totale della produzione familiare.

 

Pertanto, la differenza di auto classificazione delle persone nelle categorie lavorative riflette perfettamente le relazioni di potere asimmetriche esistenti.

Il modo in cui si valuta chi è il soggetto che fa del lavoro “produttivo” (e quanto), o che “contribuisce” alla prosperità della famiglia (e quanto), può avere grosse conseguenze pratiche, perché la valutazione dei contributi individuali di donne e uomini, e dei titoli che spettano alle une e agli altri, svolge un ruolo molto importante nella divisione fra i sessi dei benefici complessivi di una famiglia. Il livello di discriminazione emerge ancora più chiaramente se si considera che le donne, nel caso in cui vengano remunerate, ricevono poco più di un terzo di ciò che viene corrisposto agli uomini e, in ogni caso, solo il 53% di esse decide autonomamente come utilizzare le proprie remunerazioni[17].

E’ evidente come la situazione della donna rurale boliviana si caratterizzi fortemente per la disuguaglianza di genere e come questo ne implichi condizioni di maggiore povertà.

La povertà estrema si manifesta nella denutrizione o malnutrizione che colpisce le donne di ogni classe d’età e i loro figli. Gli elevati tassi di fecondità osservati nel Municipio di San José, con una media di 6 figli per ogni donna in età feconda (il 24% del totale delle donne dell’area)[18] portano inoltre all’intensificarsi decisivo di queste problematiche.

Inoltre, la mancanza di servizi di base come l’acqua potabile e l’energia elettrica incidono fortemente in senso peggiorativo, sotto molteplici aspetti.

Innanzitutto rendono le mansioni domestiche più difficoltose, richiedendo un maggiore sforzo fisico e un maggior numero di ore di lavoro rispetto alle unità domestiche provviste dei servizi pubblici.

Nel 2000 il 61% delle abitazioni non aveva disponibilità diretta di acqua, il 33% aveva come principale fonte di approvvigionamento i corsi d’acqua naturali, con le inevitabili conseguenze che ne derivano dal punto di vista igienico - sanitario. Nello stesso anno, il 75% delle abitazioni non aveva elettricità e il 72% utilizzava la legna come combustibile per cucinare[19].        

 

Le scarse condizioni igieniche dovute alla mancanza d’acqua o all’inefficienza del servizio sono causa di un elevato indice di mortalità infantile (57 per mille bambini nati nel Municipio di San José, per un totale di 912 bambini all’anno[20]) e della generale diffusione di infezioni intestinali come parassitosi e dissenteria, che acuiscono la debolezza fisica già provocata dall’alimentazione inadeguata.

 

Le questioni economiche e sociali inoltre si legano inesorabilmente alle problematiche del territorio, caratterizzato dalla progressiva mancanza d’acqua. La siccità, dovuta a variazioni climatiche collegate al degrado del Bosco Secco Chiquitano, aumenta progressivamente anche a causa di pratiche d’uso errate da parte della popolazione locale, inclusi incendi e vendita sottocosto di quantità ingenti di legname a compagnie multinazionali.

   

3.2 Azione e Metodo

 

L’attività dell’associazione riguarda dal punto di vista territoriale la municipalità di San José de Chiquitos e cinque comunità indigene appartenenti al Territorio Comunitario di Origine (TCO) “Turubo Este”.

Per quanto concerne l’area di San José, l’attività dell’associazione consiste:

-        nella creazione di dieci orti comunitari gestiti da 40 donne che vivono nei quartieri periferici in condizioni di maggiore disagio economico e sociale;

-        nella creazione di un gruppo informale di artigianato tessile, costituito da 15 delle donne già impiegate negli orti;

-        nella creazione di un orto didattico nella scuola media del paese, in cui circa 140 studenti a partire dai 12 anni, a turno per due ore settimanali, imparano a coltivare la terra e producono verdura e ortaggi per la mensa scolastica.

E’ inoltre in fase di costruzione una fattoria didattica, in un terreno di 18 ettari a pochi chilometri dal centro abitato. E’ prevista in questo spazio la realizzazione di orti, l’allevamento di bestiame e la costruzione di un caseificio, un centro di apicoltura per la produzione di miele e l’allevamento di galline per la produzione di uova.

 

Nelle cinque comunità rurali appartenenti al TCO sono stati invece realizzati, in collaborazione con il Piano di Sviluppo Indigeno:

-        dieci orti comunitari che coinvolgono un totale di 60 donne

-        due orti didattici che coinvolgono 165 bambini

Autonomamente è stato inoltre creato, nella comunità indigena di Buena Vista, un centro di artigianato tessile stabile che coinvolge 15 donne e due gruppi informali di 14 e 8 donne in altre due comunità.

 

Sia per quanto riguarda gli orti, comunitari e didattici, sia per quanto riguarda il centro e i gruppi artigianali, l’associazione si impegna a fornire gli strumenti di lavoro e le materie prime. Nel caso degli orti è inoltre assicurata la consulenza tecnica di una agronoma autoctona, che rappresenta l’associazione localmente.

La scelta di non elargire denaro in maniera diretta alle donne ha una duplice natura: primariamente perché si evitino sprechi di risorse, dal momento che le famiglie sarebbero tentate di utilizzare il denaro per soddisfare esigenze immediate o gli uomini potrebbero voler utilizzare il denaro per fini individuali; secondariamente per una questione che si potrebbe definire educativa.

L’area in questione è stata spesso destinataria di fondi e interventi da parte di organizzazioni non governative nordamericane e europee, che non hanno peró creato sviluppo a lungo termine perché basate su un approccio interventista che ha finito con il creare nelle persone l’aspettativa di venire assunti, nella maggior parte dei casi come manodopera, per l’implementazione di progetti a breve termine. In questo modo, una volta completato il lavoro, la situazione è rimasta pressoché identica, con l’aggravante diseducativa dal punto di vista delle aspettative e senza che le persone imparassero qualcosa di utile nell’ottica di un cambiamento delle proprie condizioni.

L’associazione ha invece avviato un processo educativo che in quanto tale necessita di tempo e grossi sforzi specie nella sua fase costitutiva, ma che porta a molti e piú incisivi risultati nel lungo periodo.

Per quanto riguarda la costituzione degli orti, si cerca innanzitutto di dare alle donne coinvolte la possibilità di soddisfare le esigenze alimentari primarie della propria famiglia, puntando ad accrescere la varietà dell’alimentazione e raggiungere un grado sempre maggiore di auto sostenibilità.

Le famiglie riescono talvolta a vendere la produzione in eccesso, ottenendo in questo modo un guadagno extra, che si aggiunge al risparmio garantito dall’evitare di dover acquistare verdure ed ortaggi al mercato.

La fattoria rappresenta una estensione di questa filosofia ad altre attività produttive, scarsamente presenti sul territorio. La varietà dell’alimentazione verrebbe incentivata con la produzione di latte (spesso carente) e di formaggio (di cui esiste un unico produttore nella zona), miele, uova e colture biologiche.

In questo ambito, secondo una prospettiva di complementarietà dei ruoli, verrebbero coinvolti anche gli uomini, specie giovani, più vulnerabili per quanto riguarda il rischio di alcolismo e criminalità.

La metodologia di lavoro dell’associazione, per quanto riguarda l’interazione con la popolazione locale, ha delle caratteristiche molto precise. Infatti, al fine di valorizzare “la cittadinanza attiva ed il ruolo delle donne, per avviare un cambio di rotta nella gestione delle risorse naturali ed umane, verso un uso equo, armonioso e sostenibile di queste, che produca cambiamenti tanto nelle famiglie, quanto a livello comunitario, nei rapporti interpersonali politici ed economici”[21],         la gestione dei progetti è affidata a persone residenti nel luogo in cui i progetti si sviluppano. L’interazione tra le persone coinvolte è sempre diretta e la valutazione delle attività si presenta come una analisi partecipata e informale, in cui si incentivano le donne a far emergere la propria visione del percorso intrapreso, sottolineando quelle che considerano le proprie forze, opportunità e debolezze, e gli elementi che avvertono come minaccia alle proprie attività.

Una interazione diretta e aperta, attraverso una esperienza collettiva di produzione di benessere, aumenta il grado di fiducia tra le persone coinvolte e le donne, prendendo progressivamente coscienza dell’importanza di ciò che portano avanti e dei benefici che la famiglia ne trae, sviluppando autostima, riescono a trovare con maggiore facilità una composizione dei “conflitti”: così che se qualcosa diventa una minaccia al proseguimento della propria attività le donne, percependolo, modificano i propri atteggiamenti.

Si presentano di più difficile risoluzione le controversie che nascono con gli uomini, soprattutto per una questione culturale: sono meno disposti a trovare un compromesso se le proprie visioni contrastano con quelle dell’associazione, le cui decisioni primarie sono prese da donne.

 

Finora la costituzione di capitale sociale ha riguardato maggiormente e con maggior facilità le donne, che recepiscono e fanno fruttare gli incentivi alla reciprocità, grazie alla consapevolezza dell’importanza dell’opportunità di attivare le proprie conoscenze e arricchirle per migliorare la propria condizione.

Inoltre l’utilizzo del tempo lavorativo si trasforma in tempo di socializzazione per le donne e i propri bambini, che forniscono il loro contributo nelle attività di cura degli orti anche quando sono molto piccoli; mentre le periodiche riunioni di auto valutazione diventano occasione per l’approfondimento di svariate tematiche legate alle condizioni ambientali e sociali dell’area. Per quanto riguarda l’educazione ambientale, ad esempio, si scoraggia dal bruciare i rifiuti negli orti e si invita alla raccolta della plastica ma soprattutto delle batterie, che avvelenano le coltivazioni. Si parte da elementi e pratiche quotidiane apparentemente innocui, per arrivare a tematiche quali il miglioramento della gestione delle risorse presenti sul territorio, ad esempio con l’incoraggiamento alla creazione di cooperative per la gestione del legname - comprato sottocosto e abusivamente dalle compagnie multinazionali nordamericane.

Inoltre vengono affrontate problematiche riguardanti la parità di genere, anche se questo talvolta deve avvenire indirettamente, per non rischiare di creare contrapposizioni culturali brusche e lesive della sensibilità e della sfera privata degli individui, specie in riferimento alla violenza domestica che colpisce molte donne boliviane e più in generale sudamericane.

   

3.3 Impatto di genere

 

Dal punto di vista della parità di genere, in un contesto come quello descritto, far nascere nelle donne la consapevolezza della complementarietà dei ruoli all’interno del nucleo familiare è il primo passo per innescare un processo di crescita dell’autostima e di conseguenza della capacità delle donne di aspirare a trasformazioni delle quali esse stesse siano fautrici.

E’ ormai riscontrato che il miglioramento delle condizioni di vita delle donne unito a loro maggiori livelli educativi sono una necessità per raggiungere molti obiettivi di sviluppo, ma non sono sufficienti per ottenere l’uguaglianza di genere e l’empowerment della donna.

Per questo è necessario avanzare simultaneamente e gradualmente con azioni tendenti a modificare le direzioni culturali sessiste che, minando la capacità delle donne di scegliere, alimentano e riproducono le relazioni di potere asimmetriche all’interno della famiglia, poi estese al resto delle istituzioni regolanti l’ordinamento sociale, politico, economico e culturale.

Il dialogo e la condivisione di esperienze tra le donne, per nulla scontati, che nascono nei momenti di lavoro comunitario e durante le riunioni, sono di notevole importanza per la loro potenzialità di affrontare questioni culturali spesso molto complicate e dannose per la donna.

Nel caso del lavoro dell’associazione, non mancano problematiche legate all’atteggiamento dei mariti, che in alcune occasioni ha portato all’abbandono delle attività da parte delle donne.

Gelosia e diffidenza riguardo il fatto che le mogli stiano fuori dall’ambito domestico, in un contesto in cui la naturale tendenza delle donne al dialogo può portarle a “mettersi strane idee in testa”; fastidio dovuto al minor tempo impiegabile dalle mogli per cucinare o svolgere altre mansioni domestiche; utilizzo del ricavato della vendita dei prodotti per l’acquisto di alcol; sono esempi di fattori che, in diversa misura, possono creare, all’interno del nucleo familiare, tensioni lesive della potenzialità del processo di sviluppo individuale.

 

Per quanto riguarda invece le reti sociali, si creano incentivi alla fiducia e alla collaborazione tra le donne, con un impatto importante dal punto di vista della qualità del lavoro, ma soprattutto sul tipo di socializzazione vissuto dai numerosi bambini. Questo tipo di aggregazione può, rafforzandosi, garantire una maggiore rappresentanza per la rivendicazione di diritti e la richiesta di servizi di cui l’area è fortemente carente, come ad esempio una rete idrica efficiente, o un sistema di gestione e smaltimento dei rifiuti, entrambi strettamente collegati alla questione della salute e del benessere generale.

Si tenta dunque, su piani molteplici, di favorire l’acquisizione di informazioni, capacità, opportunità, che diano alla donna maggiori possibilità di negoziazione all’interno del proprio contesto familiare, favorendone il ruolo attivo e la percezione di tale ruolo.

 

   

C o n c l u s i o n i

 

Il superamento del sottosviluppo, specie in una prospettiva di genere, non può essere visto come un obiettivo tecnocratico, ma come un processo politico nel quale tutte le persone diventano agenti essenziali di cambio.

E’ necessario dare alle donne che vivono quotidianamente in condizioni di miseria la possibilità di accrescere la propria autostima, attraverso opportunità che le stimolino ad aspirare all’acquisizione di libertà (senza le quali continueranno a collocarsi fortemente al di sotto del proprio potenziale) e a farsi agenti del cambiamento della condizione propria e dei propri figli.

Se questo processo non viene intrapreso, energie e risorse economiche, finalizzate allo sviluppo, vanno disperse; ma soprattutto le condizioni di malessere delle famiglie in condizione di povertà non mutano, in molti casi tendono a peggiorare, con le conseguenze visibili quotidianamente a livello globale dal punto di vista della dissoluzione sociale e della tendenza alla violenza, condizioni in presenza delle quali lo sviluppo non è raggiungibile (come dimostrato, anche senza andare troppo lontano, dalle forti tensioni sociali che colpiscono Napoli e il Sud dell’Italia, mai realmente affrontate alle radici). E’ necessario partire dall’interazione di base tra gli agenti sociali. Non importano la quantità di fondi o il numero di persone mobilitate, quanto la volontà umana e politica.

 

 

 

 

 

B i b l i o g r a f i a

 

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S i t o g r a f i a

 

www.clacso.org

(Consiglio Latino Americano di Scienze Sociali)

 

www.lasociedadcivil.org

 

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www.worldbank.org

 

www.grameenbank.org

 

www.undp.org

 

http://millenniumcampaign.it/documenti/Dichiarazione_del_Millennio.pdf

 

 

   

 

R i n g r a z i a m e n t i

 

Alle coincidenze fortunate,

 

Alle mie compagne e ai miei compagni di viaggio,        

 

Al signor Elio Montenegro e alla sua bellissima famiglia,

 

Alle bambine e bambini degli orti,

 

Alla professoressa Pruna,

 

 

A Franco e Lina

 

 

 

   



[1] Tema affrontato approfonditamente in J. Stiglitz “La Globalizzazione e i suoi Oppositori” Torino, Einaudi 2002

[2] World Bank “Global Poverty Monitoring”, 2006

[3] ONU “The Millennium Development Goals Report “ 2005

[4] B.Kliksberg “Capital Social y Cultura. Claves olvidadas del desarrollo”   CEPAL documento di divulgazione n. 7, 2000

[5] A. Mutti “Capitale sociale e sviluppo” Bologna, Il Mulino, 1998

[6] A. Sen “Lo sviluppo é libertà. Perché non c’è crescita senza democrazia” Milano, Mondadori 2000

[7] A. Sen “Seven types of inequality” pubblicato su “India’s National Magazine” vol.18, 2001

[8] A. Appadurai “The Capacity to Aspire in “Cultural and Public Action” Stanford University Press. 2004”

[9] Dichiarazione del Millennio delle Nazioni Unite

[12] F. Fukuyama “Social Capital and Civil Society” Washington             Institute of Public Policy, George Mason University,             1999

[13] P. Donati “La famiglia come capitale sociale primario” 2003 Ottavo Rapporto Cisf sulla Famiglia in Italia, edizioni S.Paolo, 2003

 

 

[14] ibid.

[15] A. Rahman “Women and Microcredit in Rural Bangladesh: An Anthropological Study of Grameen Bank Lending” Oxford, Colorado Westview Press 1999

 

 

[16] ibid.

[17] Instituto National de Estadistica             de Bolivia, Encuesta National de Demografia y Salud 2003

[18] Dati del Municipio di San José, 2005

[19] Instituto National de Estadistica de Bolivia, 2004.

[20] Dati del Municipio di San José, 2005

[21] Statuto dell’Associazione.